Martiri dei nostri giorni
Il Buon Pastore da la vita per le sue pecore (Gv. 10,11)
La domenica 17 marzo 2002, all’uscita della parrocchia del Buon Pastore a Cali, Colombia, dove aveva sposato 104 coppie, è stato assassinato da due sicari S.E. Mons. Isaias Duarte Cancino, intrepido arcivescovo della terza città del Paese.
Va notato che i media poco hanno riferito e alcuni, quando l’hanno fatto, si sono prodigati nel distorcere la realtà, presentando Mons. Duarte come una sorta di pacifista ad oltranza e comunque, non ucciso dai guerriglieri marxisti ma dai killer del narcotraffico.
Ma che vuol dire?
Non bastano agli eterni idealizzatori nostrani del guevarismo (che non sembrano impressionarsi nemmeno quando a farne le spese sono inermi cittadini italiani sequestrati) le migliaia di prove raccolte da americani e colombiani a dimostrazione che i cartelli della droga e la guerriglia marxista agiscono come un tutt’uno?
Che sono i soldi della droga sui mercati internazionali ad armare i guerriglieri, e le armi di costoro a proteggere le piantagioni di coca?
Ma tant’è. Il mito di Fidel sembra paralizzare le grandi agenzie informative, quindi meglio solo parlare di narcotraffico.
In Italia se uno sventurato viene rapito, occupa la prima pagina di tutti i giornali.
Se vengono rapiti in Colombia cinque o più nostri connazionali, al massimo c’è un flash di agenzia e quattro righe in fondo alle pagine internazionali.
Anche per questi strani silenzi, ed in omaggio alla verità e alla figura del coraggioso presule colombiano, si impone qualche parola sui precedenti del caso, per capire quanto accaduto il 17 marzo scorso.
Mons. Duarte è stato un vescovo lucido, che si rese ben presto conto della tragedia che attanagliava la sua sventurata nazione, parlando senza timori.
Pochi giorni prima dell’assassinio aveva denunciato la gigantesca collusione di interessi che faceva marcire il suo paese: il narcotraffico che finanzia molti candidati politici, a loro volta impegnati in accordi con la guerriglia, impedendo l’urgente asportazione di questo gigantesco tumore terroristico-criminale e affaristico nel seno dell’America latina.
Anche l’amministrazione nordamericana del presidente Bush ha denunciato categoricamente che la guerriglia colombiana non è una guerra di liberazione intrapresa da idealisti, ma un autentico movimento terroristico che si nutre degli introiti del narcotraffico.
Ma c’è una parte della classe politica colombiana che per decenni si è ostinata a non vedere come stavano le cose, estenuandosi in trattative e negoziati paralizzanti, i quali addirittura avevano portato le autorità a consegnare alla guerriglia un territorio più grande della Svizzera, una sorta di Stato nello Stato colombiano, che provocava instabilità e insicurezza per il resto della nazione (vedi notizia su questo stesso numero).
24 – TRADIZIONE FAMIGLIA PROPRIETÀ/MARZO 2002
L’arcivescovo di Cali, dice l’agenzia vaticana Fides, criticava “energicamente la brutalità della guerriglia e l’eccessiva condiscendenza del governo colombiano”. E aggiungeva: “L’arcivescovo fa riferimento all’incursione delle Forze Armate rivoluzionarie di Colombia [cioè, le famigerate FARC, ndr] ad Arboleda, dove i guerriglieri hanno massacrato la popolazione (…) giocando poi con le teste dei poliziotti e dei militari assassinati”.
E mentre l’indeciso governo di Pastrana faceva guadagnare tempo ai guerriglieri castristi in estenuanti negoziati, Mons. Duarte protestava:
“La guerriglia ha l’insolenza di affermare che essa rappresenta il popolo della Colombia sui tavoli del negoziato, mentre sappiamo che l’unica cosa che fa è oltraggiarlo, umiliarlo e, distruggerlo con sequestri, violenza in tutte le sue forme e morte… un guerrigliero che sequestra e uccide, che elimina intere popolazioni e si fa gioco del processo di pace, manca delle virtù proprie di un essere umano e si trasforma nel più miserabile degli uomini”.
E riferendosi al governo colombiano di Pastrana molto prima che esso, travolto dalla schiacciante evidenza della malafede marxista, rinunciasse a continuare la farsa dei negoziati e rioccupasse il territorio prima assegnato ai guerriglieri, Mons. Duarte asseriva:
“Voglia Dio che la stessa società civile, oltraggiata e umiliata, possa sedersi un giorno ai tavoli di negoziato per difendere i suoi diritti e chiedere a quei violenti quanto lo Stato colombiano non è stato capace di chiedere ” 1.
Già nel 1999 aveva scomunicato i mèmbri dell’ELN (l’altro gruppo guerrigliero marxista della Colombia) dopo il sequestro di tutti i fedeli della chiesa La Maria di Cali.
Non è “compiendo ingiustizie che si lotta perla giustizia, ne aggredendo esseri innocenti che si giunge alla pace”, dichiarò in quell’occasione, asserendo che “è uno sproposito parlare con un gruppo ribelle che continua i suoi atti violenti mentre dialoga ” 2.
Avvertito dai rischi che correva con queste denunce, Mons. Duarte ha preferito la strada della coerenza fino al martirio piuttosto che quella del silenzio.
Così ha seguito i passi di un altro eroico presule colombiano, Mons. Jesùs Emilio Jaramillo Monsalve, vescovo di Arauca, ucciso il 2 ottobre 1989 dai guerriglieri filo-castristi dell’ELN.
Filo castristi? Sì, proprio così. Gli italiani forse non conoscono le parole di Mons. Agustin Romàn, vescovo cubano e ausiliare di Miami, proferite pochissimi giorni prima dell’uccisione di Mons. Duarte.
Il presule della Florida aveva detto che, come cubano, si sentiva nel dovere di fare una richiesta di perdono e un atto di riparazione ai colombiani “per la violenza marxista uscita da Cuba”.
E aggiungeva: “Da lì è partito l’odio di molte battaglie fratricide che hanno insanguinato altri popoli latinoamericani, da lì sono partiti il terrorismo e l’eversione nonché le armi che sono state strumenti di morte dal Rio Bravo alla Patagonia . (…)
Non è certo il popolo cubano da incolpare per tutto ciò. Questo popolo è la prima vittima di questi uomini senza Dio che hanno promosso la violenza e il terrore, ma siccome costoro non vogliono finora riconoscere il male fatto, come figlio di quella nobile terra, voglio chiedere perdono alle famiglie di Colombia lacerate dalla violenza marxista sortita da Cuba”3.
Una impressionante folla di oltre un milione di persone ha sfidato la pioggia per rendere omaggio giorno e notte alla salma di Mons. Duarte, esposta nella Catedral de San Pedro, a riprova di quanto fosse vera la sua affermazione che la tresca del marxismo guevarista, dei politici e dei cartelli della droga, fosse aliena al sentire del suo cattolico popolo colombiano.
Ma comunque, anche a questo popolo lanciava un monito con parole di coraggio. Nella sua ultima omelia, il pastore aveva detto.
“Oggi davanti a una patria malata diciamo a Cristo: ‘Signore, siamo stanchi di tanta violenza, ingiustizia e malvagità (…) solo tu puoi (restituirci) la speranza di un domani di pace.
Dove troveremo il rimedio dei nostri mali? Nel ritorno a Dio, nella sincera conversione del cuore dei colombiani. E necessario riconoscere che ci siamo sbagliati, che abbiamo preferito la via del male alla sequela di Cristo per la strada dell ‘onestà della rettitudine e della giustizia”.
Non per altro forse il cardinale colombiano della Curia romana, Dario Castrillón Hoyos, ha definito il suo conterraneo assassinato “una voce come una spada”5.
Note:
1.Fides, 25-8-2001.
2. Zenit, 18-3-02.
3. Agenzia Cubdest, Miami, 11-03-02.
4. Notìcias EclesiaSes, 19-3-02.
5. Avvenire, 19-03-02.
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“Voglio vendicarmi di colui che regna nei cieli… l’idea di Dio è il punto chiave di una civiltà perversa. Deve essere distrutta” (Karl Marx, padre del comunismo)
La sera degli assassini
In una afosa sera d’agosto del 2002 il pastore Cornelio Tovar e sua moglie Nelly intrapresero il breve percorso a piedi verso la loro abitazione di Algeceris, in Colombia.
Era stato un sabato come tanti altri.
Nelly aveva portato a termine alcune incombenze amministrative per la chiesa mentre il marito aveva dato gli ultimi ritocchi al sermone che avrebbe pronunciato durante la riunione di culto serale.
In molti villaggi rurali della Colombia la sera del sabato è nota come la “sera degli assassini”, la sera della settimana in cui coloro che si oppongono al gruppo ribelle marxista noto come FARC (Forze Armate Rivoluzionare della Colombia) diventano bersaglio di attentati omicidi.
Nonostante il pericolo, quella sera le persone riunite per il culto nella chiesa dell’Alleanza Missionaria Cristiana erano più numerose del solito: ben trecento fedeli ascoltarono l’esortazione del pastore Tovar a mantenere lo sguardo fisso su Gesù.
Incoraggiò il corpo dei fedeli a resistere alle tentazioni e alle distrazioni e a restare saldi in Cristo.
Quella sera lo Spirito Santo riempì la chiesa e la congregazione prese vita.
La lode e l’adorazione furono elettrizzanti.
E quando il pastore Cornelio estese l’invito ad accettare Cristo, quattro simpatizzanti decisero che non avrebbero atteso oltre e lo accettarono come Signore e Salvatore.
I membri della chiesa furono felicissimi di accogliere nel corpo di Cristo quelle anime appena convertite.
Di conseguenza la comunione dopo il culto durò un po’ più del solito e cinque instancabili credenti perseverarono fino all’ultimo momento per accompagnare Cornelio e Nelly nella loro camminata di ritorno a casa. Erano tutti entusiasti ed euforici per la meravigliosa esperienza.
Anche se la camminata di ritorno a casa si svolgeva un’ora dopo rispetto al solito, nessuno era preoccupato.
I guerriglieri del FARC non avevano mai pronunciato minacce contro il pastore Cornelio e altre autorità della sua chiesa.
Quando il gruppo fu giunto a cinque isolati dalla casa del pastore due uomini mascherati balzarono fuori dal buio e la quiete di quella notte venne sconvolta dalla sparatoria.
Nelly ricorda che gli spari avevano un suono attutito, come quando la mazza da baseball colpisce la palla.
Tutti uscirono in strada.
Nelly si guardò intorno e scoprì con orrore suo marito steso in una pozza di sangue.
In quel momento di panico e di confusione iniziò a urlare e chiese a Dio di dirle che cosa stava succedendo.
Mentre i due sicari fuggivano Nelly cominciò a pregare per loro, chiedendo al Signore di benedirli.
Più tardi, mentre suo marito giaceva morente al pronto soccorso dell’ospedale, Nelly alzò gli occhi e le mani verso il cielo. “Chiesi a Dio: Perché succede a me? Lo implorai: Ti prego, non lasciare che accada!”
Come Gesù, Nelly pregò e chiese a Dio:
“Se è possibile, passi oltre da me questo calice!” (Matteo 26:39).
Finalmente la pace giunse su di lei che, sottomessa, disse a Dio: “Ma pure, non come voglio io, Signore, ma come tu vuoi”.
“Volevo la sua volontà; e dopo aver pregato, il Signore mi aiutò a comprendere che è necessario che un seme cada in terra affinché l’Evangelo si diffonda”, dice Nelly. “Sapevo che mio marito aveva lo spirito del martire ed era pronto a dare la sua vita per l’Evangelo”.
II pastore Cornelio Tovar, martirizzato il 17 agosto 2002
I predicatori chiamati a evangelizzare nelle zone rurali montagnose della Colombia affrontano i rischi maggiori.
Perciò molti comprendono perché i marxisti presero di mira il pastore Cornelio.
Nelly lo accompagnava spesso nei suoi viaggi in aree remote del paese per annunciare l’Evangelo ai contadini e agli altri.
Grazie agli sforzi evangelistici del pastore Cornelio molte anime si convertirono a Cristo, anime che si univano alla chiesa piuttosto che al FARC.
Uno dei comandanti del FARC, Mono Jojoy, aveva annunciato nel 2001 che i ministri evangelici sarebbero diventati obiettivi militari.
Julio Cesar Cabrera, presidente dell’Associazione delle Chiese Evangeliche Inter-americane della Colombia, ha detto che Jojoy crede che i pastori si spingano fin nelle file dei suoi uomini.
Cabrera ha detto alla Missione per la Chiesa Perseguitata: “Egli ritiene che i pastori siano una grande minaccia per la sua organizzazione, perché chiunque abbracci l’Evangelo di Gesù Cristo abbandona i ranghi e diventa membro del corpo di Cristo.
Hanno paura perché sentono che i cristiani li lasceranno senza soldati e per questo hanno iniziato Nelly, la vedova di Tovar, piange la perdita del marito, ma crede che la sua morte contribuirà alla crescita della chiesa in Colombia.
E’ stata pianificata una intensa persecuzione rivolta in particolar modo alla leader-ship della chiesa”.
Cabrera sostiene che nel 2002 sono stati assassinati almeno 35 pastori e i sopravvissuti vivono sotto la minaccia costante della morte. “Ogni volta che lasciamo il locale di culto, non sappiamo mai… se continueremo a vivere”, ha detto Cabrera.
“Viviamo continuamente all’ombra della morte”.
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I guerriglieri del FARC combattono i paramilitari noti come AUC (Gruppo Unito di Autodifesa) per il dominio politico e il controllo di alcune delle più redditizie coltivazioni e industrie di lavorazione della cocaina della nazione. L’esercito colombiano li combatte entrambi.
Tuttavia, verso la fine del 2002, gli ottomila miliziani dell’AUC hanno annunciato la propria disponibilità a deporre le armi e negoziare la pace con il governo colombiano.
Cabrera sa che ogni volta che parte alla volta delle montagne per evangelizzare potrebbe essere l’ultima volta che vede moglie e figli. Molti di coloro che proclamavano l’Evangelo sono stati rapiti o si sono ritrovati in mezzo al fuoco incrociato.
“Prima di partire dico loro che li amo e li esorto a continuare con il Signore Gesù
Cristo, a restargli fedeli”, ci ha detto.
“Molte volte, quando parto, non so se tornerò a casa”.
Molti altri hanno affrontato l’ombra della morte per essersi rifiutati di arruolarsi nei ranghi del FARC.
Il 23 gennaio 1998, di primo mattino, il pastore Antonio Revas e il figlio maggiore Roberto, ventiduenne (i nomi sono stati cambiati per tutelare la loro famiglia), baciarono e abbracciarono i familiari per l’ultima volta. La famiglia Revas aveva appena concluso un lungo culto serale in casa e tutti erano andati a letto.
Verso l’una sentirono bussare alla porta.
Un gruppetto di guerriglieri del FARC fece irruzione in casa e chiese al pastore Antonio e a Roberto di seguirli per un incontro con un locale comandante del FARC.
La moglie del pastore, che chiameremo con il nome fittizio di Rosa, ricorda che gli uomini indossavano sombreri, abiti militari e magliette. Diversi di loro erano armati di pistole, mitragliette e fucili.
“Le loro uniformi non erano complete come quelle dell’esercito regolare e riconobbi tra loro diversi membri noti del FARC”, ricorda Rosa.
Rosa non aveva paura e senza mostrare preoccupazione si rivolse agli uomini armati.
Credeva che fossero venuti ancora una volta per chiedere l’arruolamento dei suoi figli tra le file dei ribelli. Disse loro che doveva far vestire Roberto prima di lasciarlo andare all’incontro.
E in una stanza adiacente sussurrò a Roberto la propria convinzione che quegli uomini erano venuti per rapirlo e costringerlo a combattere con loro.
“Roberto mi disse di non preoccuparmi. Disse:
‘Dio sarà con tè e tutto andrà bene’”, ricorda Rosa.
Rosa, la nuora e diversi dei suoi figli attesero tutta la notte il ritorno di Antonio e Roberto.
Giunto il mattino non erano ancora tornati e Rosa mandò la nuora e due nipoti alla loro ricerca.
“L’ultima cosa che ricordo è che tornarono di corsa gridando:”Mamma, abbiamo bisogno di coperte, ci vogliono coperte. Hanno sparato a tuo marito e a tuo figlio”.
Antonio e Roberto erano stati uccisi ad appena un isolato di distanza.
Roberto aveva ricevuto un colpo di pistola nella nuca.
Al pastore Antonio avevano sparato nella schiena e la pallottola era fuoriuscita dalla fronte.
Perché i guerriglieri del FARC presero di mira il pastore Antonio e il figlio Roberto?
Rosa ci ha detto che lei e suo marito si erano opposti ai guerriglieri in molte occasioni.
Venivano spesso a chiedere che i loro figli si unissero al loro movimento marxista.
Antonio e Rosa si rifiutavano sempre, spiegando che erano cristiani nati di nuovo e contrari all’ideologia marxista.
“Un altro motivo per cui i guerriglieri odiavano mio marito era il fatto che non versava loro i contributi che chiedevano a tutti i contadini”, ci ha spiegato Rosa. “Mio marito citava sempre Malachia 3:8 e diceva che la decima era destinata alla casa del Signore e che non si doveva rubare al Signore.
Perciò mio marito ripeteva sempre ai guerriglieri: ‘Devo dare la mia decima al Signore e non a voi’”.
Poco tempo dopo l’assassinio del pastore Antonio e del figlio Roberto i guerriglieri del FARC occuparono la fattoria dei Revas e si appropriarono il raccolto.
Ma non avevano ancora finito.
Rosa ci ha detto che lo scorso anno i guerriglieri marxisti le hanno rapito il figlio minore, Juan.
Dopo diverse settimane di vana attesa del suo ritorno si recò in città per parlare con un noto leader del FARC:
– L’uomo estrasse una rivoltella, mi guardò e disse: ‘Non devi chiedere di tuo figlio.
Non devi dire a nessuno dov’è. E se dici a qualcuno che l’hai perso ne subirai le conseguenze’”.
Rosa e la sua famiglia furono infine cacciati dalla loro terra.
Vivono adesso in una piccola casa in un villaggio distante dal loro luogo di origine.
Limitano La Chiesa
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In un tentativo di fermare la diffusione del cristianesimo la leadership del FARC ha emanato diversi decreti; perciò, a partire dall’inizio del 1999, i pastori dei villaggi rurali della regione di Neiva hanno ricevuto una serie di tre lettere.
La prima lettera, datata 8 febbraio 1999, affermava che la decima raccolta da molte chiese era in effetti una tassa.
Il FARC diceva che le chiese non avrebbero più potuto raccogliere tali “tasse” e quelle che si rifiutavano di ubbidire all’ordine sarebbero state costrette a “sospendere le attività dei loro predicatori e pastori”.
La lettera continuava spiegando che il FARC proibiva alle chiese di usare i loro sistemi di amplificazione durante la notte, in quanto “disturbano la vita normale di coloro che non praticano la religione… soprattutto nelle zone più popolate”.
Venivano anche proibite le vegli notturne di digiuno e preghiera. Secondo quanto affermato nella lettera, a motivo delle veglie gli studenti si addormentavano durante le lezioni.
“I bambini non dovrebbero essere costretti a partecipare a questi servizi di culto”, diceva la lettera.
“Dobbiamo permettere loro di comprendere e seguire i principi che caratterizzano il nostro movimento”.
Perciò il FARC decretava che nessun bambino al di sotto dei quindici anni poteva prendere parte alle veglie.
Una seconda lettera ricevuta l’anno successivo accusava i pastori di disubbidienza.
Proibiva loro di evangelizzare aree al di fuori dei loro villaggi.
Gamaliel Silva, di trentasei anni, ha detto che molti suoi colleghi pastori espressero preoccupazione quando ricevettero la seconda lettera.
“Era molto difficile per noi, perché volevano metterci paura.
Non soltanto esigevano che rispettassimo i termini della prima lettera, ma aggiungevano nuove proibizioni.
Così abbiamo iniziato a temere e ci siamo messi a pregare”.
I pastori decisero di incontrarsi con i capi locali del FARC per negoziare un compromesso. Il FARC non fece concessioni.
Non sarebbero state permesse decime.
Queste dovevano invece essere versate al FARC che avrebbe a sua volta aiutato la gente.
E ribadirono la proibizione di evangelizzare al i fuori del villaggio di appartenenza.
Una terza lettera arrivò nell’ottobre del 2001. Silva ci ha detto che era una minaccia molto più dura e diretta.
Accusava molti pastori di essere spie dei paramilitari dell’AUC.
“Ma non aveva alcun senso, perché i paramilitari operano in una zona completamente diversa da quella in cui noi eravamo”, ha detto Silva.
“Inoltre ci chiedevano di interrompere ogni attività.
I pastori non potevano più condurre culti o fare qualsiasi cosa”.
Ai pastori vennero concessi appena quindici giorni per eseguire gli ordini.
In caso di inadempienza sarebbero divenuti obiettivi militari.
Cali (Colombia), 8-7-2000.
Fino a quando, Signore?
Il popolo colombiano guarda con spavento all’aggressione permanente da parte della guerriglia contro la gente umile di Colombia e però la guerriglia ha la faccia tosta di sostenere che rappresenta il popolo al tavolo dei negoziati, quando sappiamo che l’unica cosa che fa consiste nell’oltraggiarlo, nell’umiliarlo e nel distruggerlo con il rapimento, con la violenza in tutte le sue forme e con l’uccisione.
Quanto è accaduto ad Arboleda non ha nome; è stata la dimostrazione tangibile della vigliaccheria della guerriglia. Una persona vale per quello che è e per le qualità e le virtù che possiede, non per le armi che porta.
Ma un guerrigliero che rapisce e che ammazza, che distrugge interi villaggi e si prende gioco dei processi di pace, manca delle virtù che distinguono l’essere umano e si trasforma nel più miserabile degli uomini.
Un guerrigliero vale certamente per le armi che possiede, ma, se gliele togliete, il suo progetto crolla e diventa il più vigliacco degli uomini.
Arboleda costituisce un caso ulteriore di barbarie umana, che, come colombiano, mi sconvolge nel più profondo dell’anima e confesso di non aver ancora sentito dire di un gruppo di fratelli che ne cattura un altro, lo distrugge fino al sadismo più aberrante e poi, con un gesto che rivela la perdita della ragione, gioca con le loro teste, togliendo al football il suo autentico significato di promozione della persona umana.
Fino a quando in questa patria dovremo tollerare gruppi di vandali che, dal momento che portano tre o quattro lettere, come ELN o Farc [Esercito di Liberazione Nazionale, Forze armate rivoluzionarie di Colombia], sul bracciale, pensano sia loro permesso seminare panico o terrore sul nostro territorio, operando come orde di sanguinari fratricidi, compiendo rapimenti, delitti, genocidi e attacchi a popolazioni e a poliziotti indifesi, crimini di lesa umanità?
Oggi, nella solitudine che mi causa l’angoscia per i miei compatrioti, medito e mormoro una preghiera a Dio chiedendogli perdono per questi criminali, ma supplicandolo anche che un giorno i tribunali internazionali compiano il dovere di condannarli, in nome dell’umanità, per questi peccati o delitti di lesa umanità.
Chiediamo al Signore che questi guerriglieri colombiani sentano nel profondo della loro anima il dolore per l’uccisione di un fratello innocente e indifeso, che sentano che non stanno facendo una guerra giusta, ma che stanno riproducendo la barbarie delle epoche più oscure della storia umana, e si convertano dalla loro mala vita.
Ma supplichiamo anche l’Altissimo perché tutta la società civile trovi le strade per costringere efficacemente i violenti che uccidono la Colombia al rispetto della vita e della libertà delle persone.
Chiediamo al Signore che il Governo colombiano [guidato dal conservatore Andrés Pastrana Arango] faccia rispettare la Costituzione e la Legge, e trovi vie di pace, nella giustizia sociale e nella concordia fra tutti i colombiani.
Voglia Iddio che la stessa società civile oltraggiata e umiliata possa sedersi un giorno al tavolo dei negoziati per difendere i propri diritti ed esigere dai violenti quanto lo Stato colombiano non è stato capace di esigere.
ACNews 003-2000 – “Fino a quando, Signore”,
articolo di S. E. mons. Isaias Duarte Cancino, arcivescovo di Cali, in Colombia,
suggerito da un episodio di ordinaria brutalita’ nella vita quotidiana del suo paese:
guerriglieri delle FARC, le Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia, dopo aver distrutto – con un attacco durato diciotto ore – il villaggio di Arboleda, hanno giocato a calcio con le teste di poliziotti e di soldati uccisi
(testo tradotto dal quotidiano El Pais, di Cali, dell’8-7-2000)
Ricordiamo monsignor Romero (assassinato il 24 marzo 1980 dagli squadroni della morte).
Ricordiamo la Columbia, dove fu torturato e ucciso dai guerriglieri, il 2 ottobre 1989, il vescovo 75^ Jesus Emilio Jaramillo Monsalve e tanti altri casi che è impossibile ricordare uno per uno.
PARODIA:
“Forza compagno narcotrafficante, uccidi il vescovo e il prete che si oppongono alla morte per overdose del compagno europeo. Con la sua distruzione il compagno europeo collabora comunque, alla vittoria del proletariato!
Non è importante il mezzo – ricorda – quello che conta è la vittoria della nostra rivoluzione, uccidi compagno narcotrafficante, uccidi!”.
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